mercoledì 8 aprile 2015

Mastro Lorenzo e la scalinata del tempio di Serapide

L'epigrafe di Mastro Lorenzo
(foto M. Gradozzi)
Il 1348 fu per Roma un anno veramente terribile; la peste, la carestia e infine un potente terremoto (9 e 10 settembre) spinsero la popolazione a portare in processione, dal Campidoglio a S. Pietro, l'immagine della Madonna Advocata, la famosa icona dell'XI secolo custodita nella chiesa di S. Maria in Capitolio (Aracoeli). Al termine della pestilenza, per ringraziare la Vergine della grazia ricevuta, fu deciso di dotare la chiesa di una magnifica scalinata, inaugurata il 25 ottobre 1348. Infatti, come recita la targa a sinistra dell'ingresso principale, Magister Laurentius Simeoni Andreotii Andrea Karoli fabricator de Roma de regione Columpne fundavit prosecutus est et consumavit ut principalis magister hoc opus scalarum inceptum anno domini M CCCXL VIII die XXV octobris.

Piazza dei Ss. Apostoli e il tempio
di Ercole (Van Cleef)
La scalinata dell'Aracoeli fu realizzata con marmi provenienti da un gigantesco tempio situato sul Quirinale; la sua identificazione è tuttora sconosciuta, anche se recenti studi (Maria Cristina Capanna) l'hanno messo in relazione con un complesso di epoca severiana costituito da due edifici: il primo, forse dedicato a Ercole e Bacco (Santangeli), era situato sulla piattaforma del Quirinale e aveva la fronte rivolta a Est; il secondo, dedicato a Serapide, era collocato a pochi metri di distanza, presso la chiesa di S. Silvestro al Quirinale, nell'area oggi occupata dall'Università Gregoriana e dai Giardini dei Colonna.

Pianta ed alzato (Sallustio Peruzzi)
Il grande dislivello tra questo edificio e la strada sottostante (l'attuale via della Pilotta/via dei Lucchesi) era superato grazie a una scalinata spettacolare, sulla cui sommità si doveva godere di un panorama fantastico, veramente mozzafiato. Nel Cinquecento e nel Seicento - come mostrano alcune incisioni - la parte posteriore della cella del tempio di Ercole era ancora visibile.

1-scalinata tempio; 2-scalinata Aracoeli
(foto Google Earth)

venerdì 3 aprile 2015

Il giocatore sfortunato di vicolo delle Palle

(foto M. Gradozzi)
La chiesa di S. Giovanni Battista dei Fiorentini conserva, tra le tante immagini sacre, un'edicola mariana quattrocentesca dalla storia molto particolare. L'immagine, oggi chiamata Madonna della Misericordia, collocata al centro della cappella del Sacramento (a destra dell'altare maggiore), fu acquisita dalla chiesa nel 1614, quando fu protagonista di un fatto curioso. A partire dalla fine del Quattrocento la riva sinistra del fiume, di fronte a Castel S. Angelo, venne stabilmente occupata da una comunità di mercanti, banchieri e artigiani fiorentini e toscani. In pochi anni la zona cambiò radicalmente aspetto, grazie anche alla forte attività urbanistica di papa Giulio II (1503-1513), ispiratore del rettifilo chiamato Strada Giulia e ideatore del progetto della chiesa dedicata a S. Giovanni Battista (1508), patrono di Firenze.

Area in cui era consentito il gioco
della palla (foto M. Gradozzi)
Lo svago più singolare importato a Roma dai fiorentini era senz'altro il gioco della palla, infatti, come racconta lo scrittore Benedetto Varchi (1503-1565), nella città toscana i giovani, soprattutto nobili, avevano l'abitudine, durante il Carnevale, di andare in giro travestiti e muniti di palla; giunti nella zona del Mercato Vecchio i ragazzi si mescolavano agli avventori, lanciandosi il pallone e seminando il panico tra le botteghe di commercianti ed artigiani, che a causa del caos erano costretti alla chiusura. Tale abitudine si propagò anche nella nostra città, generando una tensione tale che le autorità romane furono costrette a circoscrivere il gioco della palla alla sola zona di Banchi (abitata prevalentemente da toscani); ecco perché alcuni giorni prima del Carnevale un banditore saliva i gradini della chiesa di S. Celso, dove leggeva un avviso del Governatore di Roma, che stabiliva i limiti stradali del gioco. Nel 1535, a causa dei continui tafferugli fra giocatori e gente comune, si stabilì di praticare il gioco della palla in un luogo sicuro, che avesse almeno un muro.

1-S. Giovanni dei Fiorentini;
2-vicolo delle Palle (Google Earth)
A tale scopo fu costruito uno sferisterio tra via Giulia e il fiume, sui resti del cantiere del Palazzo dei Tribunali (iniziato all'epoca di Giulio II e poi abbandonato). Uno dei vicoli che da Banchi portava allo sferisterio prese il nome di vicolo della Palla, cambiandolo col tempo in vicolo delle Palle.

vicolo delle Palle
(foto M. Gradozzi)
Tuttavia, nonostante lo sferisterio, si continuava a giocare in strada, e fu proprio nel vicolo della Palla, in una giornata di luglio del 1614, che un giocatore scagliò la sfera contro un'edicola mariana, danneggiandola. Il lancio sfortunato provocò al giovane la paralisi di un braccio, che guarì dopo quaranta giorni. La miracolosa guarigione fu attribuita alle preghiere del giocatore rivolte all'immagine mariana, che perciò fu trasferita nella vicina chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini.

giovedì 26 marzo 2015

L'epigrafe capovolta di vicolo Orbitelli

vicolo Orbitelli (foto M. Gradozzi)
Gli operai che realizzarono l'edificio in vicolo Orbitelli 8 (all'inizio di via Giulia) forse non conoscevano il greco, né il latino, ma sicuramente sapevano lavorare la pietra, perciò, fu un gioco da ragazzi segare un blocco di travertino e inserire le parti ricavate nell'angolo del palazzo. Poco importa se le antiche lettere in caratteri capitali scolpite sulla sua superficie erano sottosopra, l'effetto era comunque notevole. Fu soltanto alla fine dell'Ottocento che qualcuno si accorse della loro esistenza. Nella pubblicazione Notizie degli scavi di antichità (Gatti, giugno 1890) fu affrontata la loro decodificazione, cui contribuì il grande Theodor Mommsen.

(foto M. Gradozzi)
Gli esperti stabilirono che si trattava di un'unica epigrafe, localizzata sul Campidoglio, nei pressi del tempio di Giove Ottimo Massimo, dove era stata collocata subito dopo la prima guerra Mitridatica (88-85 a.C.) per celebrare l'amicizia tra alcuni re asiatici e Roma.

(foto M. Gradozzi)

lunedì 23 marzo 2015

Borromini l'illusionista

piazza Capodiferro (Tempesta 1693)
Al pari di una prescrizione medica, per superare il senso di tristezza e disagio provocato dalla brutta architettura contemporanea capitolina è necessario visitare, almeno una volta al mese, le stupefacenti "invenzioni" di Francesco Borromini (1599-1667), il tormentato architetto ticinese che lasciò a Roma una traccia indelebile. Il suo formidabile talento è paragonabile a quello dell'illusionista, la cui abilità consiste nello spostare l'attenzione del pubblico in un punto prestabilito. Nel 1632 il cardinale Bernardino Spada aveva acquistato dai Capodiferro un bel palazzo, tra via Giulia e piazza Farnese, vicino ai centri di potere dell'epoca. 

La fontana di Borromini a piazza Capodiferro (Specchi 1690)
Nel 1636 il cardinale avviò i lavori di ristrutturazione del palazzo, necessari per consentire la permanenza del nipote Orazio e della sua famiglia, acquistando, per l'occasione, alcuni lotti adiacenti. Alla morte del suo architetto di fiducia il cardinale Spada ingaggiò Francesco Borromini, che si occupò del palazzo e dell'area adiacente nel periodo 1649-1657. Oltre alla progettazione di varie soluzioni interne all'edificio, Borromini decise di modificare virtualmente la realtà esterna intorno al palazzo attraverso varie "illusioni". La prima fu ottenuta dipingendo su una parete di palazzo Ossoli, quella antistante palazzo Spada, una finta facciata composta da blocchi in travertino, perfettamente integrata con la vera facciata del palazzo;  questa magnifica pittura, nascosta per secoli da strati di colla e vernice, è stata restaurata nei primi anni Novanta (Mario Lolli Ghetti). 

L'unica immagine conosciuta della
fontana antica (stampa de Rossi)
Al centro del prospetto dipinto Borromini realizzò una nicchia (vera) in cui collocò una fontana (vera), alimentata da una diramazione dell'Acqua Paola (che giungeva sulla riva sinistra tramite Ponte Sisto). La fontana era così descritta da Fioravante Martinelli (Roma ricercata nel suo sito, 1660): "Nella piazza avanti al detto palazzo (Spada) è stata fatta una vaga fontana dal Cav. Borromino, rappresentando una donna, che premendo le mammelle, manda l'acqua nella conca, che gli soggiace". Purtroppo, ciò che resta della fontana è una bella stampa di fine Seicento, mentre l'Erma attuale è opera dell'artista Giuseppe Ducrot (1996).

L'Erma di Giuseppe Ducrot
(foto Marco Gradozzi)
Terminato il restyling della piazza il Borromini si dedicò alla seconda "illusione", ottenuta ponendo l'ingresso secondario del palazzo (via Giulia) perfettamente in asse con la fontana di piazza Capodiferro.

In basso l'ingresso di Palazzo Spada su via Giulia; in alto
la fontana di piazza Capodiferro (Google Earth)
Il risultato finale è incredibile, infatti, Borromini suggerisce al nostro sguardo un percorso obbligato, grazie al quale osservando la fontana dall'ingresso di via Giulia, questa sembra essere all'interno del palazzo invece che all'esterno.

La fontana vista da via Giulia
(foto Marco Gradozzi)

sabato 14 marzo 2015

Le vacanze estive di papa Gregorio

Gregorio XIII
Molti storici moderni attribuiscono la realizzazione dell'Acqua Felice a Sisto V (Felice Peretti, 1585-1590), tuttavia, il progetto era già stato studiato e preparato da Gregorio XIII (Ugo Buoncompagni, 1572-1585), come riportano gli atti della Congregatio cardinalitia del 26 maggio 1583. Il conflitto tra Goti e Bizantini (535-553) aveva pesantemente penalizzato gli abitanti di Roma. La maggior parte degli acquedotti era stata messa fuori uso, provocando l'abbandono dei famosi sette colli e il conseguente popolamento dell'area del Campo Marzio, in prossimità del fiume. Dopo mille anni passati a bere acqua di fiume e di pozzo i romani tornarono a dissetarsi con acqua di sorgente grazie all'acquedotto Vergine, finalmente restaurato e riallacciato alle antiche sorgenti (1570). Ben presto ci si rese conto che la domanda era maggiore dell'offerta, perciò si cominciò a studiare la soluzione del problema. 

Fabretti 1680
I tecnici di papa Gregorio XIII decisero di aumentare l'offerta idrica utilizzando le sorgenti dell'antico acquedotto Alessandrino (in località Pantano dei Grifi), realizzato all'epoca dell'imperatore Alessandro Severo (222-235) per alimentare le vecchie terme neroniane del Campo Marzio. Nel progetto di Gregorio XIII il castellum terminale del nuovo acquedotto avrebbe dovuto essere collocato nella zona di Termini, da dove sarebbero partiti i condotti per alimentare i quartieri Quirinale, Monti, Celio, Campo Vaccino e Campidoglio. Erano già state studiate le quote del terreno in prossimità della basilica di S. Maria degli Angeli, dove l'acqua sarebbe dovuta arrivare su archi alti poco più di 3 metri. Subito dopo la riunione del 1583 la Camera Apostolica informò il Comune di Roma che per lo sviluppo del progetto sarebbe stato necessario l'acquisto di 100 once d'acqua (al prezzo di 500 scudi l'oncia, cioè 50.000 scudi) e la costruzione, a proprie spese, di un determinato numero di fontane. 

Etienne Duperac 1577
Fu soltanto il desiderio di fornire acqua ai romani che spinse Gregorio XIII a portare avanti il suo progetto? Per quale motivo il papa aveva scelto la zona di Termini come punto d'arrivo del suo acquedotto? Era abitudine dei pontefici trascorrere il periodo estivo in un luogo diverso dai palazzi vaticani, come aveva fatto ad esempio Paolo III, trasferendosi a palazzo S. Marco (palazzo Venezia). Anche Gregorio XIII passò qualche estate a palazzo S. Marco, finché non scoprì la villa del cardinale Oliviero Carafa, sul Quirinale; questa doveva essere veramente particolare perché la Camera Apostolica la acquistò nel maggio 1583. Secondo lo scrittore Girolamo Ferrucci (Antichità di Roma, 1588) la nuova residenza sul Quirinale era apprezzata per "l'aria e l'amenità del luogo", infatti, doveva servire a "schivare gli estivi caldi del Vaticano". Gregorio XIII non riuscì a vedere il suo progetto compiuto perché morì il 10 aprile del 1585, mentre la villa del cardinale Carafa, oggetto di numerose trasformazioni, è divenuta l'attuale Palazzo del Quirinale.

venerdì 23 gennaio 2015

Ciò che resta di un tempio

Il tempio di Antonino e Faustina (foto M. Gradozzi)
I giganteschi blocchi di peperino che delimitano i muri perimetrali dell'antico tempio di Antonino e Faustina (II secolo d.C.) fanno ormai parte della nostra memoria fotografica, associati al concetto (gradevole) di antichità. Tuttavia, basterebbe immaginare le nostre abitazioni prive del rivestimento in cortina o dell'intonaco per comprendere che, in realtà, degli edifici antichi conosciamo solo le rovine. Nel VII secolo un gruppo di Canonici devoto a S. Lorenzo si stabilì all'interno delle strutture del tempio; in seguito fu creato l'adiacente monastero di Miranda.

Il tempio di Antonino e Faustina nel 1575 (Duperac)
La prima documentazione relativa allo spoglio dei materiali pregiati del tempio è datata all'epoca di papa Urbano V (1362-1370), quando i marmi del timpano furono impiegati nel restauro del Palazzo Lateranense. Nel 1429 papa Martino V affidò la chiesa (e il tempio) al Collegio degli Speziali. Nel 1542, all'epoca di papa Paolo III (1534-1549), fu spogliato il muro templare che guarda verso la Basilica Emilia; il materiale ricavato ("17 carrettate di marmi e travertini"), che fruttò "Scudi 17,8 a Angiolo Mancini, guardiano Societatis Aromatariorum", venne utilizzato nella fabbrica di S. Pietro. Nel 1602, per reperire i fondi necessari alla costruzione della nuova chiesa di S. Lorenzo in Miranda, fu spogliato dai marmi il muro templare superstite, quello di fronte al convento dei Ss. Cosma e Damiano.

sabato 10 gennaio 2015

La psicologia di Cesare

La curiosità verso il mondo e l'attenzione ai comportamenti altrui sono elementi della personalità di Cesare che emergono dalle innumerevoli biografie che lo riguardano, così come il suo acume, grazie al quale scoprì il punto debole dei giovani ufficiali della cavalleria di Pompeo. Nel 48 a.C. si svolse a Farsalo (Tessaglia) la battaglia decisiva tra Pompeo e Cesare. Nello schieramento cesariano, disposto su tre file, Antonio era a sinistra, Domizio Calvino al centro e Cesare a destra. Spesso la battaglia iniziava con la cavalleria avversaria che attaccava una delle due ali per poi sfondare al centro, perciò Cesare, sapendo di essere il bersaglio principale, fece nascondere dietro la sua legione (la X) altre sei coorti (3600 soldati). Cesare, che non era solo un abile stratega ma anche un profondo conoscitore del genere umano, notò come i cavalieri di Pompeo, giovani e promettenti militari provenienti dall'aristocrazia romana, fossero molto attenti al loro aspetto e alla cura dell'abbigliamento. 

Lo storico greco Plutarco (45-120 d.C.) raccontò come la vanità dei cavalieri pompeiani fu sfruttata da Cesare nella battaglia decisiva (Vita di Cesare, 45): "Lo scontro delle fanterie avvenne dunque al centro, e mentre continuava la battaglia, alla sinistra, i cavalieri di Pompeo si muovevano con impeto spiegando gli squadroni per accerchiare l'ala destra dei Cesariani; ma prima che si lanciassero all'assalto, ecco che corrono fuori le coorti di Cesare, non però servendosi, come erano solite, dei giavellotti da lanciare da lontano, né cercando di colpire da vicino la coscia o il polpaccio dei nemici, ma mirando agli occhi e cercando di colpire il volto, per ordine di Cesare che riteneva che uomini senza tanta esperienza di guerra o di ferite, giovani, fieri della loro bellezza e giovinezza, avrebbero avuto paura soprattutto di questi colpi e non avrebbero resistito, atterriti dal pericolo presente oltre che dalla prospettiva di uno sfregio permanente. Accadde proprio così: essi infatti non resistevano di fronte alle lance puntate in alto, né tolleravano di vedere dinnanzi a loro il ferro, ma si voltavano e si coprivano la testa per proteggere il volto; alla fine in gran confusione si volsero in fuga producendo vergognosamente una rovina generale."