Alcuni personaggi legati a un passato abbastanza
vicino hanno avuto un ruolo determinante nella storia della nostra città,
eppure, è come se non fossero mai esistiti. Il sindaco più amato di Roma,
Ernesto Nathan (1845-1921), gode ancora del privilegio del ricordo, ma i più
ignorano come la sua straordinaria carriera fosse legata alla madre, l’incredibile
Sara Levi Nathan (1819-1882). Basta leggere la sua biografia per capire che
forse di persone così non esiste più lo stampo. Nel 1873 Sara inaugurò in via di S.
Crisogono (Trastevere) la scuola femminile Giuseppe Mazzini per garantire alle
ragazze indigenti del rione un'istruzione elementare riconosciuta dallo Stato. Sara
vi insegnò storia e geografia, sostituendo l’insegnamento religioso con una nuova materia denominata morale. Tra le materie d’insegnamento erano
esclusi i lavori donneschi, insegnati (ovviamente) altrove. La scuola era
gratuita e poteva accogliere un centinaio di ragazze; i corsi iniziavano a
ottobre e terminavano a luglio. Le spese erano tutte coperte dalla famiglia
Nathan che premiava anche le alunne migliori. Nel 1917 fu trasformato in Ente
Morale: l’Opera Pia Sarina Nathan. La facciata della scuola è ancora lì in via
di S. Crisogono, ma ignoro se sia ancora integra all'interno.
Il blog si occupa della città di Roma vista sotto vari aspetti: archeologico, storico, topografico, speleologico.
sabato 21 maggio 2016
sabato 30 aprile 2016
Bernini a palazzo Antamoro
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| Il portone di palazzo Strada. (foto M. Gradozzi) |
La bella fontana all'interno del cortile di Palazzo
Antamoro (via della Panetteria 15) fu una delle ultime produzioni artistiche di
Gian Lorenzo Bernini (1598-1680). L’opera fu realizzata nel 1667,
quando Paolo Strada, proprietario del palazzo e cameriere segreto di papa
Clemente IX Rospigliosi (1667-1669), ottenne un collegamento al condotto dell’Acqua
Felice che alimentava le fontane dei giardini del Quirinale. Nella fontana sono
rappresentati due tritoni che soffiano l’acqua in una conchiglia sostenuta da
due delfini. Sopra il gruppo venne collocato lo stemma di papa Rospigliosi, sostituito
nel Settecento da quello dei nuovi proprietari, i conti Antamoro.
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| La fontana del Bernini nel cortile del palazzo. (foto M. Gradozzi) |
All'inizio del Novecento il palazzo fu acquistato dall'agente di cambio Osvaldo Pardo, che fece incidere il suo nome sopra il portone d'ingresso.
lunedì 8 febbraio 2016
I delatori di malattie di piazza delle Coppelle
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| La lapide della chiesa di S. Salvatore alle Coppelle (foto Marco Gradozzi) |
Sul fianco sinistro della chiesa di S. Salvatore
alle Coppelle spicca una curiosa lapide in forma di cassetta postale.
ANNO IUBILEI MDCCL - QUI DEVONO METTERE I VIGLIETTI TUTTI GLI OSTI, ALBERGATORI, LOCANDIERI ED ALTRI, PER DARE NOTIZIA DE FORESTIERI CHE SI INFERMANO
NELLE LORO CASE ALLA VENERABILE CONFRATERNITA DELLA DIVINA PERSEVERANZA, CON AUTORITà
APOSTOLICA ERETTA A TENORE DELL’ULTIMO EDITTO DELL’EMINENTISSIMO VICARIO EMANATO IL Dì XVII DECEMBRE MDCCXLIX
La lapide fa riferimento a un editto del 1749
(vigilia del Giubileo) che puniva quei locandieri che non denunciavano la
presenza di clienti malati alla Confraternita del SS. Sacramento della Divina
Perseveranza. I “viglietti”, scritti dagli albergatori, venivano esaminati dai membri
della Confraternita, fondata nel 1633 da monsignor Mario Fani. L’istituto, che
aveva la sua sede all’interno della chiesa di S. Salvatore, forniva assistenza spirituale
e materiale alle persone inferme che risiedevano negli alberghi e locande di
Roma. Probabilmente l’autorità religiosa voleva tutelare un’importante fonte di
guadagno come il Giubileo dal rischio di pericolose epidemie. Dal 1919 la
chiesa è gestita dal clero greco-rumeno; la Confraternita non esiste più.
sabato 23 gennaio 2016
I caposaldi della rete di livellazione IGM
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| Piazzale Sisto V - Nel cerchio è indicato il CSV del caposaldo principale. (foto Marco Gradozzi) |
Camminando per le strade del centro di Roma si
notano spesso sui muri targhe ed etichette di ogni genere, spesso accompagnate
da un numero, una sigla oppure una scritta ben definita. È questo il caso dei
caposaldi (in metallo, ghisa e porcellana) che l’Istituto Geografico Militare -
dal 1960 ente cartografico dello Stato
- utilizza per la rete di livellazione di alta precisione. Si tratta di una rete
fondamentale perché ad essa si collegano a loro volta altre reti di
livellazione appartenenti al Catasto, Enti locali ed Istituti di ricerca.
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| Piazzale Sisto V - Il CSO del caposaldo principale. (foto Marco Gradozzi) |
I caposaldi di livellazione, denominati CSO (acronimo
di "contrassegno orizzontale") e CSV (acronimo di "contrassegno verticale"), si
suddividono in “caposaldi principali” (costituiti da un CSO e un CSV posti a
breve distanza) e “caposaldi di linea” (solo CSO, collocati a 1 km di distanza
tra loro). Un chiaro esempio di “caposaldo principale” lo osserviamo in
piazzale Sisto V, di fianco all'ingresso di Villa Dominici: il CSV (in questo
caso una piastrina a mensola) è sulla parete, mentre il CSO è a terra, protetto da pozzetto in ghisa.
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| Porta del Popolo - Il caposaldo principale (CSO e CSV) è stato posto internamente, a sinistra della porta. (foto Marco Gradozzi) |
Un altro “caposaldo principale” facilmente
identificabile si trova in prossimità della Porta del Popolo.
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| Piazzale Sisto V - Il CSV del caposaldo principale. (foto Marco Gradozzi) |
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| S. Maria del Popolo - Un CSV dell'IGM applicato sul lato destro della facciata. (foto Marco Gradozzi) |
lunedì 14 dicembre 2015
Il Portus Tiberinus
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| L'area dell'antico Portus Tiberinus (immagine Google Earth) |
All'inizio degli anni Trenta l’area
situata tra via di Ponte Rotto e vicolo della Catena (chiesa di S. Nicola in
Carcere), nel quartiere detto dei Pierleoni, fu destinata al palazzo dell’Anagrafe
di Roma. Nel 1935 l’ispezione delle cantine degli edifici interessati aveva
rivelato la presenza delle antiche strutture del Portus Tiberinus, il più
antico porto di Roma. Quando tutti gli edifici furono demoliti (1936) fu
possibile realizzare la planimetria dei resti dell’antico scalo portuale. La pianta ha
rivelato un quartiere composto da otto isolati separati tra loro da strade e
porticati.
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| Planimetria degli otto isolati (in numeri romani) |
Le rovine indagate negli anni Trenta appartenevano a edifici datati alla prima metà del II
secolo d.C.; questi avevano sostituito ambienti di epoca repubblicana destinati allo stoccaggio, realizzati dopo la bonifica del Velabro. Osservando
la mappa si nota come l’area del Porto Tiberino sia compresa tra il vicus
Iugarius e il vicus Lucceius; quest’ultimo, attraversata la Porta Flumentana,
raggiungeva la riva sinistra (via di Ponte Rotto) in prossimità del Tempio di
Portuno (nume tutelare dei porti), da dove era possibile attraversare il fiume
grazie al Ponte Emilio (179 a.C.).
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| L'area della Porticus Aemilia (Gatti) |
Il ruolo sempre più importante assunto da
Roma nel corso del III secolo a.C. ebbe come conseguenza una grande crescita del
traffico mercantile, perciò fu individuato un approdo più comodo (lungotevere Testaccio)
dove gli edili Lucio Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo (193 a.C.) fecero
costruire sia il nuovo porto fluviale (l’Emporium) sia un’area di stoccaggio
molto più estesa della precedente (la Porticus Aemilia).
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| Confronto tra i due scali portuali (immagine Google Earth) |
venerdì 16 ottobre 2015
Il pittore misterioso di via di Pallacorda
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| Via di Pallacorda (foto Marco Gradozzi) |
Via di Pallacorda è una strada del rione Campo
Marzio, tra via del Clementino e piazza Firenze. Seguendo il tracciato che
parte da via del Clementino, quasi in prossimità di piazza Firenze, ci si trova
di fronte a un garage piuttosto elegante, un luogo che, come spesso succede nel
centro storico di Roma, ha vissuto più volte. Infatti, prima di essere occupato
dal garage, il sito fu sede del Teatro della Pallacorda (1715-1936). E prima
ancora, all’inizio del Seicento, lo stesso luogo era occupato da un capannone
in legno all’interno del quale si giocava la pallacorda, l’antenato del tennis:
fu proprio nei pressi di quel capannone che Caravaggio ferì a morte Ranuccio
Tomassoni (29 maggio 1606), colpendolo con una piccola spada «nel pesce della coscia» (Ranuccio morì dissanguato
perché la spada di Caravaggio colpì la zona dei genitali). Secondo alcune fonti la
lite tra i due esplose per motivi legati al gioco, mentre secondo altri
Caravaggio volle dare una lezione allo strafottente Ranuccio. Il tragico episodio
cambiò completamente la vita del pittore, che, costretto a scappare da Roma,
visse da fuggitivo gli ultimi anni della sua vita (†1610).
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| La morte di Giacinto (seguace del Caravaggio, prima metà del Seicento) |
Mettendo un momento
da parte la cronaca nera, vorrei parlare di Giovanni di Andrea dell’Anguillara
(1517-1572), uno scrittore che nel 1561 aveva pubblicato una particolare versione
delle Metamorfosi di Ovidio. Nella
sua opera alcuni miti erano stati completamente rielaborati, come ad esempio
quello di Apollo e Giacinto. L’antico mito dei due amici (riproposto da Ovidio)
descriveva l’ineluttabilità del destino: Apollo e Giacinto si erano sfidati nel
lancio del disco ma lo strumento, lanciato da Apollo, prese una strana traiettoria a causa di Zefiro; il disco colpì mortalmente Giacinto alla testa; Apollo cercò di
riportare in vita il ragazzo ma non poté nulla contro il destino; per celebrare
il ricordo del giovane compagno Apollo fece nascere un fiore, simile al giglio
ma rosso come il sangue di Giacinto, sui petali del quale scrisse le lettere
del suo dolore (ai ai). Ebbene, nell'opera di Giovanni di Andrea dell’Anguillara la morte del giovane Giacinto non fu provocata da un disco ma dalla
“palla solida” utilizzata nel gioco della pallacorda. Questo mito “attualizzato”
ebbe talmente successo che fu subito riproposto da vari pittori, tra cui un
anonimo seguace del Caravaggio, che realizzò il dipinto pochi anni dopo la tragica
lite di via di Pallacorda. Addirittura, secondo alcuni, l’autore potrebbe
essere stato presente al fattaccio svoltosi presso il capannone (forse era Francesco
Boneri, conosciuto anche come “Cecco del Caravaggio”). In tal caso la citazione
sarebbe duplice: la versione del mito di Apollo e Giacinto raccontata da Giovanni
di Andrea dell’Anguillara e il fatto di cronaca visto “dal vivo”.
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| La morte di Giacinto (Tiepolo, 1752) |
La stessa
versione del mito fu dipinta da Giambattista Tiepolo nel 1752; anche in questo
caso una racchetta da pallacorda è presente sulla scena.
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| La freccia indica il Teatro della Pallacorda (Nolli, 1748) |
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| Il Teatro della Pallacorda |
sabato 26 settembre 2015
Il XXII porta male
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| La fontana delle Api, oggi in via Veneto, era originariamente collocata all'angolo di piazza Barberini con via Sistina (foto Marco Gradozzi). |
Quando
la fontana delle Api (realizzata dal Bernini) fu inaugurata nel giugno 1644, destò
molte polemiche l’iscrizione posta sulla valva superiore della fontana: “Urbano VIII P.M. costruita una fontana a
pubblico ornamento dell’Urbe (si riferisce alla fontana del Tritone), a parte costruì questo fontanile per
comodità dei privati, nell'anno 1644, XXII del suo pontificato”. In realtà Urbano
VIII Barberini era papa da ventuno anni, infatti, l’anniversario del XXII anno
di pontificato cadeva nel mese di agosto. Furono così appesi cartelli di
protesta che accusavano la famiglia Barberini non solo di aver “succhiato il
mondo” ma di volere anche “succhiare il tempo”. Poche settimane dopo l’errore sull'iscrizione fu corretto, tuttavia, il papa non fu fortunato perché morì il
29 luglio 1644, otto giorni prima del XXII anniversario.
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